Tassa di soggiorno: come e chi deve pagarla

In Italia esiste da pochi anni e all’inizio era stata mal digerita dai turisti ma con il passare del tempo si è rivelata particolarmente utile per il rilancio del settore: la tassa di soggiorno è il contributo che viene chiesto da un determinato Comune a chi pernotta in un albergo, in un hotel, in un b&b e persino nei campeggi o nelle case affittate settimanalmente.

Il ricavato in ogni Comune, solitamente, viene reinvestito per rilanciare il settore. La tariffa varia da città in città e tanto più la meta è appetibile dal punto di vista turistico quanto più cresce. L’importo si paga assieme al costo della stanza o dell’appartamento quando si salda il conto prima di andare via. In caso di prenotazioni online, la tassa di soggiorno non è compresa ma deve essere pagata all’albergatore prima di andare via.

tassa di soggiornoPoi è l’albergatore che, a sua volta, versa l’importo al Comune di appartenenza. A differenza di quanto si potrebbe pensare, in effetti si tratta di una tassa molto antica che all’estero esiste già da diversi anni. In Italia se ne parla, invece, solo di recente. Istituita in Italia nel 1910 per le sole stazioni termali, climatiche e balneari ed estesa nel 1938 alle altre località di interesse turistico , è stata abolita nel gennaio 1989.

Quasi contemporaneamente all’inizio del secolo scorso fu istituita anche in Francia, dove vige tuttora, così come in molti altri stati europei e negli Stati Uniti. Fra le motivazioni per le quali in Italia era stata soppressa, i Mondiali di Calcio del 1990. In quell’occasione, infatti, si considerò che l’abolizione dell’imposta avrebbe consentito prezzi più bassi da parte degli alberghi e degli altri esercizi ricettivi durante l’evento e che vi sarebbe stata, comunque, una maggiore competitività.

Da allora è stata reintrodotta soltanto dopo oltre 20 anni suscitando un’ondata di polemiche per i costi elevatissimi che ha subito raggiunto in città come Roma o Venezia. Le disposizioni, oggi, variano di Comune in Comune (quindi è bene informarsi sul sito del Municipio presso il quale si ha intenzione di andare) ma generalmente sono previste esenzioni per gli anziani, i bambini e i diversamente abili. Naturalmente, più sarà lussuosa la struttura più aumenterà la tassa di soggiorno.

L’applicazione del contributo, infatti, non segue un modello unico di calcolo ma la tipologia più diffusa è quella che prevede un rapporto direttamente proporzionale al costo della camera. Anche i tempi ed i modi di riscossione sono molto diversi tra loro: c’è chi pretende il versamento mensile, da effettuare il 15º giorno del mese successivo, chi in tranche di tre mesi in tre mesi, chi al termine della stagione estiva.

C’è poi chi fornisce alle strutture ricettive moduli cartacei per la riscossione e chi ha fatto progettare un apposito software; altri indicano addirittura la tassa di soggiorno in fattura, a margine. Al termine di ciascun soggiorno il turista versa il contributo al gestore della struttura ricettiva presso la quale ha pernottato, pagamento da non confondere con la quota di costo del pernottamento. L’albergatore provvede alla riscossione del contributo, rilasciandone regolare quietanza, e ne versa l’ammontare al Comune secondo le specifiche modalità previste dal regolamento applicativo.

La tassa sul bilancio del comune, è diventata una voce tutt’altro che trascurabile. Si va da comuni in cui è un valore elevatissimo, come a Montecatini Terme che incide per un valore superiore all’8%, a territori in cui è minima (quelli a vocazione non turistica). Un fronte particolarmente discusso è quello dell’evasone: le strutture non regolari, infatti, non versano la tassa creando un danno a tutta la collettività e risultando più competitive perché più economiche.

Stessa storia per il noto sito Airbnb che, dopo un periodo in cui non era prevista la riscossione della tassa di soggiorno, si è adeguato alle normative per consentire a tutti gli host di essere perfettamente in regola.

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